L' EVIDENZIATORE di
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by Operai Contro
ANSA
Prima le bombe carta contro Montecitorio e le forze dell'ordine poi le cariche e gli
scontri con 5 feriti. Sembrava una protesta tranquilla e ironica quella dei pescatori
davanti a Montecitorio. Ma nel pomeriggio è deragliata in scontri che hanno portato
al ferimento di cinque manifestanti. Dopo una raffica di bombe carta lanciate verso
il palazzo della Camera e verso le forze dell'ordine i pescatori sono stati caricati.
"Vergogna e assassini", le urla all'indirizzo della polizia schierata a blindare la
piazza e a contenere una protesta che era degenerata.
Dei cinque feriti, due sono stati portati all'ospedale San Giovanni. Uno di loro ha
una gamba fratturata. La polizia, visionando i filmati delle telecamere della piazza,
identifica cinque manifestanti che ora rischiano di essere denunciati. "Siamo venuti
qui ad elemosinare - ha gridato uno dei pescatori - e non a fare queste pagliacciate.
Siamo lavoratori e padri di famiglia. Ora voi picchiateci pure ma da qui noi non ci
muoviamo". Così dopo la rabbia dei tassisti e quella dei camionisti ora esplode
quella dei pescatori.
Le ragioni della protesta dei pescatori riguarda il caro gasolio e i vari adempimenti
introdotti dal Regolamento comunitario sui controlli, a partire dalla licenza a punti
entrata in vigore nel 2012, che comportano oneri per il settore in crisi da anni. E
già nei giorni scorsi i pescatori avevano iniziato le agitazioni, dal Tirreno
all'Adriatico, con le barche ferme in vari porti italiani. La protesta era iniziata
davanti Montecitorio verso le 10. pacifica e con toni ironici. Arrivati di buonora a
Roma i pescatori indossavano giubbotti salvagente e mostravano striscioni come "La
tua manovra la fa Schettino", all'indirizzo di Monti, mentre all'Europa era dedicato
un "La Comunità Europea ci sta affondando".

Dietro striscioni e slogan storie di lavoratori preoccupati. "Ci stanno mettendo in
mutande, così non si può andare avanti e questo è davvero un peccato - dice Nino
Mancini, di Mola di Bari, 47 anni di cui più di trenta passati in mare - ogni giorno
usciamo alle tre della mattina e rientriamo nel pomeriggio con la speranza di avere
un buon ricavato perché se non abbiamo un buon guadagno giornaliero, non riusciamo
neanche ad entrare nei costi di spesa. Il carburante lo paghiamo 80 centesimi ma se
entra l'Iva arriveremo a pagarlo un euro". Sono padri di famiglia "lottiamo per far
studiare i nostri figli, se ci fanno pagare di più e ci impongono regole restrittive
è la fine", dice piu di uno. Ritirandosi da Piazza Montecitorio verso Piazza Venezia
la protesta in serata è stata scandita ancora da bombe carta. E Federcoopesca ha
preso le distanze dai toni agitati della manifestazione: "Comprendiamo le
rivendicazioni - dice il presidente Massimo Coccia - ma siamo dispiaciuti. Come
associazione abbiamo scelta la strada del dialogo costruttivo con le istituzioni e
trovare soluzioni compatibili"
11:22 Scritto da: cagliostro.due in Informazione | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| Tag: pescatori, protesta-pescatori, scontri-montecitorio | OKNOtizie |
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Pescatori a Montecitorio, tre feriti
TIR_motivi_della_protestaUna bisarca bruciata sull'autostrada. Dimostranti arrestati in Sicilia. Altri in Campania
Passera: agli autotrasportatori riduzione dei pedaggi per 170 milioni
La protesta dei Tir ha continuato a provocare anche ieri gravissimi disagi alla circolazione, soprattutto sulle autostrade, con ripercussioni pesanti sull'economia (fino al blocco delle attività negli stabilimenti Fiat), sui rifornimenti di carburante (con esauriti in molte pompe) e sull'ordine pubblico. Il governo sta prendendo - soprattutto attraverso i prefetti - misure a garanzia di chi vuole viaggiare e contro gli atti di violenza che continuano ad essere compiuti da alcuni dei partecipanti allo sciopero. E annuncia la linea dura, assicurando all'Europa che saranno avviate "tutte le misure necessarie per porre fine ai blocchi". L'indicazione è arrivata ai prefetti dal ministro dell'Interno, Annamaria Cancellieri: ordinanze urgenti contro i blocchi dei tir. A Roma la prima applicazione del divieto per "non compromettere il regolare approvvigionamento di beni primari per i cittadini e per le attività produttive". Il presidente Mario Monti ha invitato a contemperare il diritto di sciopero con il rispetto della legalità. E ha ricevuto a Palazzo Chigi Raffaele Lombardo, governatore della Sicilia, regione da cui è partita la protesta. Inoltre il ministro per lo Sviluppo, Corrado Passera, ha annunciato durante il "question time" in parlamento, che gli autotrasportatori beneficeranno quest'anno di una "riduzione compensata" dei pedaggi per un ammontare complessivo di 170 milioni di euro.
Tuttavia si segnalano ancora episodi come quello avvenuto in Campania, dove una bisarca che trasportava una decina di auto è stata data alle fiamme nella notte in una piazzola di sosta a pochi chilometri dall'uscita di Caianello. L'autista, polacco, che stava dormendo, è riuscito a mettersi in salvo. Distrutto il carico. Sempre nella notte, nella stessa zona, è stata incendiata un'auto. E non si è spenta l'eco di ciò che è accaduto ieri ad Asti, dove un camionista, Massimo Crepaldi, 46 anni, che voleva fermare una sua collega tedesca, Karin Jiutta Weckerle, 53 anni, che guidava un Tir è stato travolto morendo sul colpo e la donna è stata arrestata per omicidio colposo.
E a proposito di misure di polizia va segnalato che due autotrasportatori, che nei giorni scorsi hanno preso parte ai blocchi in Sicilia, sono stati arrestati dalla Squadra mobile di Ragusa con l'accusa di violenza privata. I due, 39 anni e 63, avevano inseguito e minacciato un loro collega camionista che, costretto a fermarsi contro la sua volontà nel presidio di Contrada, era riuscito a rimettersi in marcia. Arrestato anche un trentottenne per un episodio analogo avvenuto sulla strada di Comiso Santa Croce Camerina. Aveva aggredito alcuni automobilisti. Altre 5 arresti in Campania.
Ma non sono solo i camionisti a protestare. Oggi pomeriggio scontri tra polizia e pescatori pugliesi del movimento dei Forconi davanti a Montecitorio. Almeno tre manifestanti sono rimasti feriti. Tutti e tre sono stati soccorsi da paramedici e portati via in ambulanza, anche se le condizioni non parevano gravi. La tensione è improvvisamente salita davanti all'ingresso principale della Camera dei deputati per la protesta dei pescatori che da stamattina presidiano la piazza. Da ore la polizia ha bloccato la circolazione intorno alla zona pedonale circostante. Poco dopo le 16 i manifestanti, qualche centinaio, controllati da polizia e carabinieri, hanno cominciato a lanciare diversi petardi e sedie di plastica verso l'ingresso della Camera, innescando la reazione delle forze dell'ordine. Polizia e carabinieri hanno superato le transenne che li dividevano dai manifestanti ed è nato un breve scontro, al termine del quale uno dei manifestanti, Roberto Penso, sanguinava dalla testa: "Mi hanno colpito con una manganellata questi bastardi... Protestiamo contro questi bastardi del governo che ci hanno tolto tutto". Un altro manifestante è steso a terra e lamenta dolori a una gamba. Un gruppo di pescatori ha lanciato alcune bombe carta e petardi anche all'indirizzo dei contingenti delle forze dell'ordine schierati sul posto. Le forze dell'ordine hanno eseguito una piccola carica di alleggerimento.
Decreto liberalizzazioni in vigore. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha firmato il decreto sulle liberalizzazioni ed è stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale; quindi è entrato in vigore. Da rilevare che il testo definitivo del decreto - che ora passa all'approvazione delle Camere, a partire dal Senato - contiene nei suoi 97 articoli anche qualche novità. La buona notizia è per le imprese fornitrici della Pubblica amministrazione: il decreto stanzia infatti 5,7 miliardi per il pagamento di enti e ministeri. Le risorse vengono trovate in parte riallocando fondi, in parte consentendo l'emissione, fino a 2 miliardi, di titoli di Stato. Vi sono poi alcune nuove norme sulla filiera agroalimentare e sulle rendite finanziarie.
fonte altroquotidiano.it
10:59 Scritto da: cagliostro.due in Informazione | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| Tag: tir, protesta-tir, blocco-tir, autostrade-tir, autotrasportatori, blocco-autostrade | OKNOtizie |
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articolo 18 Si fa un gran parlare, in questi giorni, dell'articolo 18. Il governo Monti, pronto a legiferare con innovazioni sul mercato del lavoro, ribadisce che in merito non devono esserci "tabù" di alcun tipo e che eventuali modifiche sarebbero destinate solo a migliorare la situazione lavorativa di giovani e precari. Dall'altra parte, invece, le parti sociali sostengono che l'articolo 18 "non si tocca" e che bisogna continuare a tutelare e garantire il reintegro sul posto di lavoro, diritto sacrosanto dei lavoratori.
La riforma che sta preparando l'esecutivo prevede un Cui - Contratto Unico d'ingresso, riservato specie a giovani e donne, di durata triennale, durante il quale non ci sarebbe applicazione dell'articolo 18. Solo nella seconda fase, qualora il lavoratore venisse confermato dall'azienda, il dipendente potrebbe godere degli articoli garantiti dallo Statuto dei lavoratori. Ma senza articolo 18, il lavoro verrebbe veramente incentivato, all'insegna dell'equità?
Questo è il nodo che impedisce alle due parti di venirsi incontro. Il governo evidenzia come l'articolo 18 sia in realtà un diritto dei soli lavoratori dipendenti, mentre le parti sociali sostengono che un'equità effettiva si raggiungerebbe unicamente intervenendo su salari, stipendi e pensioni, riducendo complessivamente il carico fiscale a scapito dei cittadini. Sul tavolo delle trattative ci sono anche diverse alternative: maggiori sconti alle aziende che assumono giovani e donne senza lavoro, contratti di apprendistato più efficaci, ammortizzatori sociali migliorati, introduzione del reddito minimo garantito. Per questo è probabile che il negoziato tra le parti approderà a una soluzione che preveda un giusto compromesso.
fonte intrage,it
19:36 Scritto da: cagliostro.due in Mondo Lavoro | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| Tag: art 18, diritti-lavoratori, lavoro, flessibilità-lavoro, statuto del lavoro | OKNOtizie |
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La sinistra che legge il Manifesto e Liberazione è critica verso il movimento dei forconi che sta scuotendo dalle fondamenta la Sicilia. Le organizzazioni sindacali dei lavoratori a cominciare dalla mia CGIL esprimono giudizi negativi e dubbi dietrologici sul cui prodest del movimento che accomuna contadini operai disoccupati autotrasportatori. Insomma il mondo ufficiale della politica e del sindacato prende le distanze e, con la puzza sotto il naso, condanna. A mio parere commette un errore che non sarà perdonato perché sta producendo strappi ed amarezza. C’è amarezza in coloro che sono costretti ad usare l’auto o il camion per raggiungere il lavoro o per spostarsi o per vendere i propri prodotti. Una cosa è l’impatto del prezzo della benzina a Vigevano, altra e ben diversa cosa è a Ragusa. I prodotti agricoli siciliani si debbono spostare per centinaia e centinaia di chilometri per raggiungere i mercati ed i costi sono diventati insopportabili. Inoltre, come diceva oggi un contadino per la prima volta intervistato dalla TV fellona e disonesta che soltanto oggi comincia a dare conto della agitazione, i prezzi dei prodotti agricoli sono inferiori a quelli di trenta anni fa. Gli oligopoli delle catene di distribuzione spremono fino all’osso i produttori e li condannano alla fame. Molti hanno l’alternativa: o il suicidio o la rivolta. E’ una caratteristica dell’agricoltura odierna controllata dalle multinazionali spingere i contadini, i coltivatori diretti al suicidio come avviene in India e altrove. Il mercato globalizzato senza regole è dominato dalle multinazionali che impongono la loro legge senza alcuna pietà per nessuno.Notizie allarmanti dalla Sicilia
di Loretta Dalola
La Sicilia paga la sua protesta, non più una goccia di benzina e manca il cibo. La rivolta spontanea che sta bloccando l’isola è oggetto di analisi nel palinsesto de La7. I programmi di approfondimento politico e attualità Ottoemezzo e Piazza pulita se ne occupano.
Una Sicilia insolita che ha lasciato spazio alle strade libere dal traffico, ormai molti distributori di benzina sono chiusi perchè sono terminate le scorte di carburante e sugli scaffali dei supermercati scarseggiano i beni di prima necessità. Una Sicilia, messa ormai in ginocchio dallo sciopero che ha bloccato l’isola per protestare contro il caro-carburante. Difficili da raggiungere le fabbriche, i posti di lavoro, gli ospedali o le mete turistiche. Autotrasportatori, ma anche agricoltori (da cui il nome di “rivolta dei forconi”) e pescatori presidiano strade, porti e tangenziali, rallentano la circolazione per distribuire volantini e impediscono i rifornimenti a grandi magazzini, industrie, distributori di benzina.
Il governatore siciliano, Raffaele Lombardo sta tentando un difficile negoziato e teme che la situazione degeneri. Sono momenti di grande tensione. Non si può più fare filosofia, la rivoluzione siciliana lotta contro lo status quo e contro il potere costituito. Vuole denunciare le criticità e la disperazione della gente. Il Movimento, che si dichiara libero politicamente e al di fuori di ogni strumentalizzazione, ha pensato in grande decidendo di occupare pacificamente tutti i punti nevralgici della Sicilia. Immagini che modificano il volto del nostro paese, la gente è più povera e senza lavoro, la pensione un miraggio, gli ammortizzatori che traballano e la battaglia per la sopravvivenza si fa dura.
” Non è facile da spiegare, noi viviamo una realtà diversa, la vita qui è quasi un’ingiustizia per molti, il punto è che non vogliamo più farci strumentalizzare, si parla ora anche di infiltrazioni mafiose nella rivolta, spero, desidero, che non sia così, paghiamo da anni le conseguenze della mafia, ora che la Sicilia ha alzato la testa spero stiano attenti”, sono le parole della fotografa palermitana Letizia Battagliache a malincuore delinea i disagi e il degrado della sua terra.
La protesta siciliana sta usando cuore e testa in modo forte, si sentono alla periferia dell’Italia e non hanno più fiducia nel sistema, sono stanchi di dover subire queste situazioni. Il popolo siciliano ha fame e ha deciso di protestare perché è stanco di essere vittima di uno stato assente che non tutela gli interessi dei più poveri. Speriamo solo che attorno a queste rivalse e a questo movimento non prendano forma le speculazioni da parte dei tanti che possono trarre vantaggi, pronti a cavalcare i drammi delle categorie produttive, rovinando così gli scopi originari di questo evento. In tutti questi anni la Sicilia ha creato stabilità alle pratiche clientelari. Ora è il momento del riscatto, i siciliani non sono più disposti ad accettare di essere considerati dei mafiosi oppure di essere vicini ai movimenti di estrema destra come Forza Nuova. Ora vogliono scrivere una nuova storia, tutti uniti ad urlare, protestare e pronti a ricominciare.
Ne vedremo delle belle in questa corsa contro il tempo per far ripartire un’Italia che è in rivolta. Questa è l’istantanea dell’Italia, è l’effetto crisi. Un ritratto preoccupante e amaro. Un aspetto sociale dovuto alla crisi in un Italia che guarda al futuro senza fiducia. Le previsioni dicono che il 2012 sarà all’insegna della recessione, la crescita si affaccia all’orizzonte ma cozza contro una situazione generale difficile.
fonte italianotizie.it
08:28 Scritto da: cagliostro.due in Informazione | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| Tag: sicilia, rivolta-siciliana, caos-sicilia, benzina-rincari, scioperi | OKNOtizie |
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TROPPE SPESE
Per molte famiglie le cure
indispensabili rappresentano un peso economicamente insostenibile.
PRESTITI
Non molto diffuse le assicurazioni sanitarie, piuttosto nel bisogno si ricorre ai familiari per un prestito.
La salute si paga cara
DENTISTA
i costi maggiori sono dovuti alla cura dei denti: un motivo in più per fare prevenzione.
Un italiano su dieci dichiara di avere difficoltà
a saldare i conti per le prestazioni sanitarie,
anche quelle essenziali.
Prima voce di spesa: il dentista.
E molti devono indebitarsi.
METODO DELL' INCHIESTA
La ricerca è stata condotta contemporaneamente in 4 paesi, Italia, Spagna, Portogallo e Belgio, per studiare il peso sulle famiglie delle spese sanitarie a loro carico, intendendo con questa espressione quelle non coperte dal servizio sanitario pubblico o dalle eventuali assicu-razioni private.
Abbiamo chiesto agli interpellati di concentrarsi esclusi-vamente sulle proprie esperienze personali e sulle spese sanitarie strettamente indispensabili.
Le persone intervistate vanno dai 25 ai 74 anni.
Il questionario è stato spedito via posta tra aprile e mag-gio 2009 in ciascuno dei 4 paesi.
In Italia i questionari utilizzati sono stati 1.149, per un campione rappresentativo di persone distribuito per fa-sce d’età, sesso e provenienza geografica.
Sono il 10% gli italiani che hanno dovuto ricorrere a un prestito per far fronte a una spesa per la salute, a cui si somma un altro 4% che l’ha fatto, ma non nell’ultimo anno. Come è tipico dell’Italia, ci si appoggia soprattutto alla propria famiglia.
Meno male che abitiamo in Europa. È quello che probabilmente abbiamo pensato in molti nei giorni della difficile battaglia del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, per istituire un servizio sanitario pubblico nel suo Paese.
La sanità pubblica, in Italia, resta uno dei pilastri dello stato sociale. Ma che cosa succede quando il sistema sanitario nazionale non copre tutte le spese mediche?
I risultati di questa nostra indagine, svolta in Italia e contemporaneamente in Spagna, Portogallo e Belgio, sono sorprendenti. E preoccupanti. Anche da noi per molte famiglie le cure mediche rischiano di trasformarsi o si trasformano in una vera e propria catastrofe economica. Al punto da costringere a rinunciare a beni essenziali come il cibo o il riscaldamento della casa d’inverno.
La ricerca si è concentrata sulle cure mediche essenziali, escludendo per esempio tutte quelle estetiche o comunque non indispensabili.
Dai risultati appare che l’Italia, tra i quattro Paesi presi in esame, è quello con le più alte spese sanitarie a carico del cittadino: in media 273 euro al mese a persona, contro i 126 del Belgio, i 215 del Portogallo e i 233 della Spagna.
In Italia la spesa annua per la salute rappresenta il 14% delle uscite del nucleo familiare. Il conto del
dentista è ovunque quello che incide di più. Rappresenta quasi la metà delle spese sanitarie che il cittadino paga di tasca sua.Un italiano su dieci è in difficoltà. Abbiamo chiesto agli intervistati di raccontare le proprie esperienze sulle spese affrontate per cure mediche essenziali. Ecco che cosa è emerso.■ Dal campione preso in esame risulta che un italiano su dieci trova molto difficile o addirittura impossibile sopportare questi costi. E ovviamente le più colpite sono le famiglie a basso reddito (sotto i mille euro al mese), quelle monoparentali e quelle dove ci sono malati cronici. Secondo chi ci ha risposto, anche di fronte a servizi offerti dal servizio sanitario pubblico, il motivo per cui si preferisce indebitarsi o sopportare rinunce pur di ricorrere a strutture private è soprattutto che le liste di attesa sono troppo lunghe.
ASSENTEISMO SUL LAVORO UN DANNO ANCHE ECONOMICO
Un circolo vizioso: chi non si cura o si cura male, lo abbiamo visto, peggiora notevolmente la qualità della propria vita e questo influisce anche sulle sue prestazioni lavorative. Nell’ultimo anno il 38% degli italiani ha dovuto assentarsi dal lavoro a causa di problemi di salute. Una percentuale decisamente inferiore rispetto al Belgio o alla Spagna dove l’assenteismo ha toccato il 51 e il 45%. In Italia, tra coloro che hanno perso giorni di lavoro per malattia, la media di assenza è intorno ai 10 giorni all’anno.Dalla nostra indagine emerge che la percentuale di assenteismo è molto più bassa tra coloro che non hanno problemi finanziari né di accesso alle cure o che comunque non hanno dovuto pagare di tasca propria il servizio sanitario.
INDAGINE ALTROCONSUMO
09:01 Scritto da: cagliostro.due in Famiglia, Salute&consumi | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| Tag: salute, cure, sanità, italia-sistema-sanitario, cure-mediche, costo-cure, costi-cure-mediche-italia | OKNOtizie |
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I ricchi, questi sconosciuti.
Uno studio della Uil sulla grande evasione fiscale: almeno 100 miliardi l'anno. Appena lo 0,17% dei contribuenti dichiara un reddito superiore ai 200.000 euro. Riuscirà Monti a portarci verso l'equità? di Romano Lusi Ma di chi sono le migliaia e migliaia di auto di lusso che circolano per le nostre strade e le migliaia e migliaia di barche di extralusso ormeggiate nei nostri porti? Ce lo chiediamo ogni volta che vengono diffusi i dati sui redditi dichiarati dagli italiani: elenchi che contengono un numero di contribuenti con oltre duecento milioni annui ridicolo rispetto a quello dei possessori di beni ostentati tranquillamente (a parte quelli che non si vedono e di cui non si conosce l'appartenenza). Se lo è chiesto di nuovo la Uil, che, di fronte all'ostilità proclamata e insistita del Pdl e del suo fondatore per la parola "patrimoniale", ha svolto una indagine per capire, almeno sommariamente, come stanno le cose. Ne è venuta fuori una "cartolina" dell'Italia che mostra come complessivamente la macchina del fisco produca effetti incredibili di iniquità. Una cosa che balza agli occhi soprattutto oggi quando è ancor più indispensabile utilizzare la leva del fisco per uscire dalla crisi e far ripartire la crescita. E ancora una volta emerge che i più tartassati sono i lavoratori dipendenti (quelli che hanno un sostituto d'imposta) e i pensionati. Lo studio della Uil parte dall'assunto che la pressione fiscale in Italia oggi è pari al 43,4%. Un livello molto alto. Ma la vera anomalia è che questa pressione fiscale ricade prevalentemente sui redditi da lavoro e da pensione, che contribuiscono al reddito Irpef per l'86,2%. Inoltre dalle dichiarazioni del 2010 si evince un altro dato emblematico: i soggetti che dichiarano più di 200.000 euro sono appena lo 0,17% del totale e per di più oltre la metà di questi (58,8%) sono lavoratori dipendenti, un terzo (27,7%) sono pensionati, e soltanto il 13,7% sono contribuenti che dichiarano altri tipi di redditi. Ma a parte la composizione di questo 0,17% della nostra società, quello che dallo studio della Uil emerge è l'anomala diffusione di beni di lusso. Per esempio le auto: nel 2010 sono state vendute 206.000 auto di fascia superiore, per un prezzo medio di 103.000 euro. A fronte di questo dato occorre rilevare appunto che solo 71.989 contribuenti, pari al 0,17% del totale, hanno dichiarato al fisco più di 200.000 euro, il reddito disponibile congruo ad un acquisto di questo livello. Quindi come fanno gli altri 137.011 possessori di Ferrari, Lamborghini, Mercedes, Bmw e Audi di grossa cilindrata a possedere auto che valgono metà del loro reddito annuo? Anche perché i 'non ricchi', cioè il restante 90,2% dei contribuenti dichiara meno di 35.000 euro e il 49,07% (20.4 milioni di soggetti) meno di 15.000 euro l'anno. Cioè gli ci vorrebbe lo stipendio di una decina d'anni per acquistare la 'supercar'. Ma altre sorprese e incongruenze compaiono nell'analisi dei redditi medi fatta dalla Uil: nel 2008 (ultimo dato disponibile) il reddito medio dichiarato dai lavoratori dipendenti è stato di 19.640 euro e quello dei pensionati 13.940 euro. Ma a sorpresa i proprietari di discoteche, centri benessere e istituti di bellezza hanno dichiarato addirittura perdite. I negozi di abbigliamento e calzature un reddito molto più basso: 8.000 euro. Fino ad un massimo dei bar (16.200 euro) e degli orafi (16.300 euro). Si tratta sempre comunque di meno di quanto guadagna un dipendente. Chiaramente questo dato è strettamente collegato all'evasione: la base imponibile evasa ogni anno - sostiene la Uil - ammonta a circa 200 miliardi di euro, mentre le imposte evase supererebbero ormai i 100 miliardi di euro. Stima rilevante ma giudicata prudenziale da tutti gli altri studi che ritengono che il livello dell'evasione fiscale superi i 130 miliardi di euro. Insomma il sistema è ''iniquo e inefficace''. La Uil chiede perciò di creare un "Forum nazionale" che si impegni ad affermare "la legalità fiscale" nel nostro Paese e propone provvedimenti che segnino ''una svolta epocale nella lotta all'evasione''. Tra questi la tracciabilità per le operazioni sopra i 500 euro; l'incrocio tra le banche dati dell'amministrazione finanziaria, enti locali e servizi pubblici; il potenziamento delle procedure e degli strumenti di controllo; il rafforzamento del contrasto di interessi. Insomma introdurre, a cominciare proprio dal fisco, quei criteri di giustizia sociale che possano invogliare il cittadino per bene a fare i sacrifici che gli verranno richiesti per rimettere in sesto l'economia del paese. E' "l'equità" di cui parla Mario Monti? Speriamo di sì.
11:46 Scritto da: cagliostro.due in Voce del blog | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| Tag: evasori, ricchi-evasori, tasse, fisco | OKNOtizie |
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Corte d’Appello di Milano, sentenza n° 131 del 16 febbraio 2009, est. Curcio
a cura di ANNALISA ROSIELLO, AVVOCATO CONSULENTE DELLA CGIL DI MILANO
Quando le condotte dei responsabili dell’azienda integrano atteggiamenti scorretti, pesanti, ansiogeni, ostili ed
ingiuriosi protrattisi nel tempo, sussistono i requisiti per configurare una azione di mobbing, ed al lavoratore deve
essere riconosciuto il risarcimento del danno biologici e morale. E’ quanto afferma una importante sentenza della
Corte d’Appello di Milano che riforma il giudizio del Giudice del lavoro competente.
Una recente sentenza della Corte d'Appello di Milano (n° 131 del 16 febbraio 2009, Curcio est.) offre
diversi spunti di riflessione su come i principi esposti nella scheda sul mobbing pubblicata in questo numero,
possano essere nel concreto applicati dai Giudici.
Una lavoratrice dipendente di un'azienda operante nel settore del marketing e della pubblicità si è rivolta
allo sportello mobbing della Camera del Lavoro di Milano lamentando di aver subito per oltre un anno
attacchi pressoché quotidiani e ingiustificati, con toni urlati, da parte dei propri responsabili (AD e
coordinatrice del proprio reparto); di essersi successivamente assentata a causa di depressione reattiva alle
problematiche di lavoro e di essere stata licenziata per motivo oggettivo (contrazione dell'attività
aziendale).
La situazione veniva esposta al Giudice del lavoro e gli autori del mobbing venivano convenuti in giudizio
come corresponsabili solidali dei danni.
L'azienda si costituiva in giudizio contestando le domande ed attribuendo l'innalzamento dei toni al dato
caratteriale dei manager e ai continui errori della lavoratrice.
Il giudice di primo grado accoglieva il ricorso limitatamente alla domanda del licenziamento, rigettando le
domande risarcitorie sul mobbing senza neppure raccogliere le prove testimoniali.
A detta del primo giudice, infatti, il clima e l'atmosfera di tensione riguardavano tutti i colleghi e l'intero
ambiente di lavoro (una sorta di mobbing collettivo), e non la sola ricorrente, per cui non si poteva parlare di
mobbing secondo l'accezione elaborata dalla giurisprudenza (v. scheda pubblicata sopra).
La lavoratrice appellava la sentenza presso la Corte di Milano nella parte in cui si erano respinte le
domande risarcitorie del danno da mobbing.
La sentenza in commento è interessante in primo luogo per la modalità di lettura delle prove testimoniali
(assunte solo in grado di appello); infatti pur essendo trascorso un notevole lasso di tempo dai fatti (circa 5
anni) e pure in assenza di testimoni diretti, i Giudici hanno ritenuto accertati - considerando una serie di
elementi - i fatti di mobbing spiegati nel ricorso.
In particolare la circostanza che le urla e gli insulti fossero da tutti i testimoni riferiti come “normali”
all'interno di quel luogo di lavoro, la menzione alle frequenti crisi di pianto della ricorrente, che riportava
alle colleghe le urla e gli insulti ricevuti “a porta chiusa”, associate al fatto che tutte le testimonianze assunte
hanno confermato in maniera concordante il clima di terrore sia generalizzato che concentrato sulla
www.servizi.cgil.milano.it
ricorrente sono le principali circostanze che i Giudici di appello hanno valutato come gravi elementi
presuntivi per affermare la sussistenza delle condotte illecite.
Ulteriore affermazione significativa è la sottolineatura dei limiti nell'esercizio del potere gerarchico e
direttivo del datore di lavoro e dei responsabili dell’azienda: eventuali errori, inadempienze o negligenze
nella esecuzione dei lavori affidati alla ricorrente non giustificavano comunque una reazione dei responsabili
della società “scomposta, scorretta ed ingiuriosa” così come è emersa dalle testimonianze raccolte.
Affermano in proposito i Giudici dell'appello che – benché non possa ritenersi raggiunta la prova di una
condotta precisamente mobbizzante nei termini richiesti dalla giurisprudenza, ossia preordinatamente
persecutoria e finalizzata ad emarginare e demoralizzare la lavoratrice al fine di escluderla ed espellerla dal
contesto lavorativo - tuttavia le condotte dei responsabili hanno integrato certamente atteggiamenti
scorretti, pesanti, ansiogeni, ostili ed ingiuriosi protrattisi per almeno un anno.
Prosegue la motivazione affermando che non si è trattato di mere difficoltà ambientali (come ritenuto dal
giudice di primo grado) ma di comportamenti ostili ed ingiuriosi riservati ai dipendenti, “non tutti capaci o
disposti ad accettarli senza disagi psicologici”. In sostanza, sembra affermare la Corte, quand'anche il
mobbing dovesse essere, per così dire, collettivo è certamente fonte di responsabilità per i
danni che il singolo individuo esponga e dimostri.
I danni liquidati nella sentenza e posti a carico solidale dell'azienda e dei due manager coinvolti sono quelli
non patrimoniali, limitatamente alle componenti di danno biologico da invalidità temporanea e di danno
morale (si veda per dettagli la scheda pubblicata in questo stesso numero di Al Quadrato).
L'orientamento espresso nella sentenza commentata riprende peraltro alcuni dei principi affermati anche in
una recente pronuncia della Cassazione (20 marzo 2009, n° 6907), che conferma la condanna al
risarcimento del danno pronunciata (sempre) dalla Corte d'appello di Milano nei confronti di un'azienda in
cui l'esercizio della leadership era caratterizzato da toni urlati e vessatori.
Anche in questo caso era emerso come il clima aziendale nei confronti della lavoratrice fosse stato
invivibile, dato che i rimproveri orali da parte dei superiori venivano effettuati adottando toni pesanti ed in
modo tale che potessero essere uditi dagli altri colleghi di lavoro.
La Cassazione ha confermato in toto la condanna ritenendo, tra l'altro, che la sentenza impugnata aveva
dimostrato che le sanzioni fossero illegittime e irrogate, in realtà per ragioni strumentali ed in maniera
sostanzialmente pretestuosa amplificando l'importanza attribuita a fatti di modesta rilevanza.
www.servizi.cgil.milano.it
09:45 Scritto da: cagliostro.due in Lavoro&Diritti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| Tag: mobbing, lavoro, azione persecutoria, datore lavoro-mobbing, disagi lavoro | OKNOtizie |
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di Mario Lettieri e Paolo Raimondi
ROMA aise - "La crisi dell’euro e dei debiti sovrani è soltanto l’effetto delle reazioni dei mercati al rischio di insolvenza oppure l’Europa sta per diventare vittima anche di pericolosi giochi geopolitici?". A chiederselo sono Mario Lettieri e Paolo Raimondi, Sottosegretario dell'Economia nel governo Prodi il primo, Economista il secondo, che in questo articolo riflettono sui rischi di rottura dell'Ue provocata anche da giochi geopolitici esterni.
"Urge una risposta adeguata perché il tempo sta per scadere. Se non si capisce o non si vuole capire quello che sta veramente accadendo allora l’Unione europea ed il sistema dell’euro rischiano di finire per sempre.
Ai cantori della supremazia e dell’esclusività dei mercati vogliamo ricordare che se la crisi finanziaria del 2008 fosse stata lasciata soltanto in balia delle dinamiche interne ai mercati, avremmo avuto un’implosione globale con il crollo a catena dell’intero sistema bancario internazionale. La verità è che sono stati gli interventi degli Stati sovrani, in quanto attori esterni ai mercati, che, indebitandosi in media di oltre il 20% del loro Pil, hanno in parte momentaneamente stabilizzato la situazione.
Nei confronti dell’Europa oggi abbiamo un mix esplosivo di problemi oggettivi dovuti alla mancanza di crescita ed all’insostenibilità dei bilanci, che devono essere urgentemente corretti, e di operazioni “mirate” al suo fallimento. Per affrontare i primi c’è bisogno di tempo che taluni poteri interessati spingono per ridurlo drasticamente.
Il New York Times ha appena annunciato che le banche americane si stanno preparando al crollo dell’euro. Si stanno ritirando dall’Europa per paura del contagio che sarebbe prodotto da una crisi che loro stesse hanno scatenato! Secondo le stime della JP Morgan, è dall’inizio dell’anno che le banche e i fondi americani hanno deciso di disinvestire dalle banche europee ritirando oltre 700 miliardi di euro aggravando così la loro crisi di liquidità.
Ovviamente ciò ha avuto un effetto traino anche tra i paesi emergenti che hanno ridotto la quota in euro delle loro nuove riserve dal 29% del 2008 al 17% attuale.
Sono e sono stati disinvestimenti anche dai titoli di Stato europei. Di conseguenza si è aggravato il problema di solvibilità oltre che di liquidità.
È facile quindi per le agenzie di rating giustificare le loro rettifiche al ribasso per le banche europee e per i titoli di Stato buttando benzina sul fuoco. La Fitch oggi declassa 8 banche italiane. La Standard and Poor’s “si sbaglia” e abbatte il rating della Francia e delle sue banche. Poi le banche dell’Austria entrano nel mirino destabilizzando anche i paesi dell’Europa centrale e dell’Est. La Moody’s rilancia sul rischio di default multipli in Europa. E, come era prevedibile, le banche tedesche inevitabilmente sono il prossimo bersaglio.
Intanto bisognerebbe riconoscere che si tratta di crisi sistemica globale e non di un terremoto con un epicentro europeo.
Infatti un dettagliato documento pubblicato a settembre dalla Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea mette a confronto il totale nel 2010 della somma dei debiti pubblici, di quelli del business privato e di quelli delle famiglie di tutti i paesi dell’Ocse. Il Giappone risulta il più esposto con un livello pari al 456% del Pil. Seguono l’UK con 322%, la Francia con 321%, l’Italia con 310%, gli Usa con 268%, la Germania con 241%. Siamo tutti sulla stessa barca e in media gli Usa stanno peggio della zona euro.
Per evidenziare però la realtà della situazione Usa non bastano le percentuali. Occorre considerare che quasi il 60% di tutti i derivati Otc sono gestiti dalle banche americane!
Si ricordi inoltre che la verità sui conti pubblici truccati dalla Grecia evidenziò che il governo ellenico aveva operato con grandi banche di investimento come la Goldman Sachs per trasformare alcuni debiti in sofisticati derivati Otc. Ed è noto che gli Otc finiscono fuori bilancio!
Per l’Europa però il problema sta nella sua incapacità di dare una risposta politica ai gravi processi degenerativi in atto. Gli stessi banchieri europei, soprattutto tedeschi, riuniti a Francoforte per il Congresso Bancario Europeo, hanno posto il “grande cambiamento”, cioè del passaggio da un sistema unipolare, leggi “sistema del dollaro”, ad uno multi-polare con la partecipazione più forte dell’Europa e delle nuove potenze economiche.
In definitiva è emersa con forza la questione della leadership politica come la chiave di volta del futuro dell’Unione. Ed è davvero singolare che i leader europei non accelerino il processo di unità politica.
Anzi e purtroppo, proprio adesso le elite inglesi stanno cercando di dare una spallata decisiva alla costruzione dell’architettura politica ed economica di un’Europa federale. In un recente convegno organizzato a Parigi da tre importanti fondazioni europee impegnate nei programmi di un’economia sociale di mercato, il professor inglese Charles Grant, presidente del Centre of Economic Researches, ha avvertito gli sbalorditi convenuti di “essere pronti all’uscita della Gran Bretagna dall’Ue entro i prossimi dieci anni”.
Perciò il tempo stringe. Molto dipende dalla volontà e dalla capacità di decisione dei tedeschi. A Berlino sottovalutano i tempi. Certi cambiamenti richiesti ai partner non possono essere fatti con la celerità che l’urgenza impone. Ciò però non giustifica la dilazione relativa a decisioni importanti quali gli eurobond.
Una cosa è certa: se la leadership di oggi non avrà la stessa determinazione e lungimiranza di Monet, Schumann, Adenauer, De Gasperi e degli altri ideatori dell’Europa, l’Ue rischia davvero di arrivare troppo presto al capolinea". (aise)
09:43 Scritto da: cagliostro.due in Economia Eurozona | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| Tag: europa, crisi, crisi europa, mercato | OKNOtizie |
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